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IL PROCESSO CREATIVO ORGANICO

Tutta l’arte è trasformazione

 

Cosa rende una persona un artista? Cosa la fa essere creativa e la porta ad andare oltre la tecnica?

La risposta è profondamente semplice: la capacità di essere ispirata e di vivere spontaneamente nel contesto del personaggio e del testo, poiché la vita si distingue proprio per la sua capacità di essere spontanea. Senza questa spontaneità di vivere davvero nel momento, non c’è arte ma solo tecnica meccanica.

Questo è vero anche quando si impara a produrre emozioni manipolando se stessi, come alcune tecniche della scuola realista insegnano.

È proprio questa dedizione all’imprevedibile spontaneità della vita - i momenti di ispirazione, che sono una parte fondamentale del processo creativo organico - il cuore dell’insegnamento della scuola di recitazione dei John Strasberg Studios. Tutte le lezioni sono volte allo sviluppo del processo creativo personale di ogni attore.

In passato non c’erano metodi o sistemi che aiutassero l’attore a sviluppare il proprio processo creativo organico, mediante il quale potesse vivere con spontaneità nel contesto del personaggio e dell’opera, che permettessero di cercare di creare uno stato di intuizione cosciente, strada in cui invece musicisti, danzatori, cantanti e altri artisti hanno lavorato per secoli.

Il processo creativo organico scoperto da John Strasberg è un processo cosciente e intuitivo che va oltre il lavoro insegnato dalla scuola realista.  Stanislavskij, suo padre Lee Strasberg, Stella Adler, Sanford Meisner, sono tutti stati grandi maestri, ma non hanno mai definito né allenato il talento e l’ispirazione. Hanno insegnato il lavoro, ma spesso rendendolo meccanico: l’attore impara a pensare come a un “attore -macchina”, programmando se stesso a inviare messaggi alla propria mente per riuscire a comportarsi e sentire come un essere umano. Funziona, ma non siamo macchine. I nostri pensieri reali sono semplici, personali, profondi, dipendono da cosa sentiamo e proviamo, sono più spontanei. Non sono corretti, intellettualizzati o meccanici.

Riconoscendo questa differenza si inizia a pensare come un essere umano, mettendo se stessi nei panni del personaggio, senza pianificarlo né dirigendo se stessi all’interno della scena. Si diventa i più umani possibili, scoprendo come usare se stessi e iniziando a coinvolgersi profondamente nella vita del personaggio.

Sviluppando in questo modo il proprio talento e il proprio senso di verità come parte del processo, si impara a riconoscere la differenza tra l’essere naturali e l’essere reali. La differenza è sostanzialmente semplice, perché quando siamo reali, stiamo davvero facendo esperienza della realtà che abbiamo creato, qualunque essa sia, mentre nel naturalismo non ci sono né un profondo coinvolgimento né il sentire specifico che definisce quella realtà. È la stessa differenza che c’è tra l’essere affamati e mangiare solo perché è ora di pranzo.

La tecnica si impara all’interno del lavoro scenico, non a parte.

 

Ci sono due strade fondamentali: la tecnica di base è conoscere se stessi e il sapere come usare se stessi.

Da qui si sviluppa la preparazione nella quale l’attore scopre uno stato iniziale in cui riesce ad essere spontaneo, capace di riconoscere e canalizzare i propri impulsi e la sua intuizione nel comportamento e nell’espressione.

Il lavoro sul personaggio e il testo, attraverso il lavoro scenico e l’analisi organica del testo, permette di individuare quali siano le realtà su cui focalizzarsi per coinvolgersi nel mondo del personaggio. Questo è un processo davvero personale e coinvolgente. Si diventa l’attore che si sogna di essere, con la propria tecnica personale, perché l’attore è un essere umano che ha qualcosa da dire sulla vita.

 

Ci sono tre grandi maestri di recitazione: la vita, Shakespeare e te stesso

Come riconoscere quando si ha sviluppato un buon processo creativo? La risposta è quando si inizia a sviluppare un livello tale di contatto con se stessi e con il contesto dell’opera che si scopre di essere assillati da una domanda su una specifica realtà che aiuta ad iniziare ad immergersi nel testo e nel mondo del personaggio. E questa domanda è solo un’anticipazione della scoperta di un problema particolare che consuma l’attore e lo fa focalizzare sul bisogno di risolverlo.  Si deve imparare a gestire il naturale desiderio di immergersi nel proprio lavoro. Questa immersione appassionata e totalizzante è tipica di ogni processo creativo. Scienziati come Einstein, danzatori come Nijinsky, compositori, scrittori, businessman come Rockfeller, leader come Giulio Cesare, medici appassionati così come gli attori, quando si coinvolgono profondamente, si focalizzano nella realtà che percepiscono. Bisogna imparare ad essere padroni del proprio processo, senza permettere alla paura e ad altre emozioni di trasportarci in giro. Se questo accade, sono le emozioni a condurci.

 

I pensieri diventano più personali e reali e aiutano ad immergersi, coinvolgersi e perfino a coincidere con il mondo immaginario sui cui ci si sta focalizzando e che vogliamo far diventare reale. Man mano che il processo si sviluppa, il nostro senso della direzione da seguire, le nostre scelte su cosa focalizzarsi e concentrarsi, vanno al cuore di qualsiasi contesto in cui si stia lavorando, e aiutano l’attore a coinvolgersi profondamente nel mondo che sta sognando. Tutto questo conduce l’attore alla sua creazione della vita. Tutto questo accade in quello che John Strasberg chiama “lo spazio onirico personale”, dove l’attore sogna ad occhi aperti il proprio lavoro, se stesso, il contesto del personaggio e l’opera. In un certo senso il Processo Creativo Organico insegna a sognare da svegli.

La tecnica particolare di cui l’attore ha bisogno dipende da quanta immaginazione ha e da quanto riesca a focalizzarsi su una specifica realtà del mondo del personaggio. A tal proposito, imparare come prepararsi al lavoro per poter riconoscere quello che veramente si vuole fare, riconoscere quegli impulsi profondi che l’intuizione invia all’inconscio e canalizzarli nel mondo immaginario, è una parte cruciale della formazione di base.

La memoria sensoriale è una tecnica brillante per sviluppare il focus, la concentrazione e l’immaginazione. Insegna a rendere completamente reale ciò che si immagina. Alcuni attori hanno una memoria sensoriale naturale e devono imparare a riconoscerla e usarla. Infine, questa tecnica aiuta l’attore a dare vita al proprio mondo immaginario e ad andare oltre le realtà che ha già vissuto. Questo accade quando si padroneggia la tecnica. Quello che per l’attore è importante imparare è che sono le tecniche ad essere al servizio del processo creativo e non l’attore al servizio delle tecniche, come accade in altri processi.

 

Caos, dubbi e confusione sono normali e rappresentano l’inizio del processo creativo

La cosa più importante, all’interno del Processo Creativo Organico, è che non c’è bisogno di eseguire esercizi di memoria affettiva, uno dei principali elementi del “Metodo”, che fa riemergere esperienze traumatiche per produrre emozioni. Questo perché gli esseri umani dispongono di più emozioni di quante siano in grado di usarne e, quando si conosce se stessi e si comincia a coinvolgersi nella vita del personaggio, le emozioni emergono da sole, in modo più piacevole, dato che si sta vivendo la vita di qualcun altro.

 

La miglior qualità del Processo Creativo Organico -quando si impara come farlo- è che il lavoro è piacevole, focalizzato, coinvolgente e privo di manipolazioni. Certamente c’è sofferenza, ma si deve imparare la differenza tra sofferenza buona e sofferenza cattiva, tra il dolore buono e quello cattivo.

Il Processo Creativo Organico insegna che per avere successo l’attore ha la responsabilità di cercare di fare ciò che ha bisogno di fare; l’amore e la determinazione sono le più importanti leggi della creatività e l’attore ha al suo fianco i suoi due migliori amici: se stesso e l’opera.

Testo tradotto e adattato dal sito dei John Strasberg Studios